"...Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogni speranza, voi ch'intrate"...     

Inferno Canto III: Caronte

Canto III (versi 1 - 87)

 

"Per me si va ne la città dolente/per me si va ne l’etterno dolore,/ per me si va tra la perduta gente.”  

 

Il terzo canto dell’Inferno è ambientato nella zona dell’Antinferno, che Virgilio e Dante devono attraversare per cominciare la discesa nei  vari Cerchi. Giungono di fronte alla porta dell'Inferno, su cui campeggia una scritta. "Per me si va ne la città dolente/per me si va ne l’etterno dolore,/ per me si va tra la perduta gente.”  Essa mette in guardia chi sta per entrare, ammonendo che tale porta durerà in eterno e che una volta varcata non c'è speranza di tornare indietro. I caratteri “di colore oscuro” più che per il luogo buio, per il loro terribile significato di lasciare ogni speranza “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".

Virgilio previene lo spavento del poeta e lo soccorre dinanzi alle tremende sensazioni che prova all’ingresso della città infernale. “Qui si convien lasciare ogne sospetto; /ogne viltà convien che qui sia morta”. Dante trae conforto e sostegno dal gesto amorevole di Virgilio “che la sua mano a la mia puose /con lieto volto, ond’io mi confortai…” Gesto di affetto che rincuora e risolleva il poeta in quel delicato momento e che sottolinea ancor di più la veste di “guida” che Dante ha attribuito al poeta latino.

L’entrata in quel luogo infernale ha, ovviamente, un effetto traumatico per Dante, che resta colpito sia da ciò che vede, quel luogo buio e oscuro, sia da ciò che sente, come quelle orribili urla di disperazione e imprecazioni d’ira dei dannati, che lo fanno angosciare e lo portano a piangere,  come accadrà altre volte nel suo cammino nell’Inferno.

Le anime degli ignavi secondo Virgilio non sono degne di essere guardate da Dante troppo a lungo.

I dannati subiscono, per la legge del contrappasso, una pena più grave di ciò che fecero in vita, oppure sono costretti a fare per l' eternità ciò che non furono in grado di fare in vita. Gli ignavi sono costretti a rincorrere un' insegna bianca (senza significato appunto perchè priva di scopo è stata la loro vita terrena) che gira su se stessa, esattamente come in vita non seppero seguire degli ideali.

Tra di esse a Dante sembra di riconoscere papa Celestino V, che per viltà rinunciò al soglio pontificio: “…vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”.

 

Poco dopo Dante e Virgilio arrivano nelle vicinanze del fiume Acheronte.

Sulla sponda una miriade di anime che attendono.

Dante è curioso e vorrebbe sapere come mai quelle anime apparentemente sembrerebbero ansiose di attraversare il fiume. Virgilio gli dice di avere pazienza e che avrà chiaro tutto non appena raggiungeranno l’Acheronte. Allora, quasi con vergogna, Dante abbassa gli occhi e tace.

Ma ecco giungere il vero protagonista dell'episodio che è Caronte, il traghettatore di quelle anime in attesa che Dante aveva notato poco prima.

Dante descrive  Caronte un po’ ispirandosi  al personaggio dell'Eneide, anche se il Caronte dantesco ha tratti più demoniaci: “Caron dimonio, con occhi di bragia,” 
In effetti le divinità infere venivano spesso considerate personificazione del diavolo e lo stesso fa Dante con le creature infernali che di volta in volta incontra nei vari cerchi (Minosse, Cerbero, Pluto)
.

Caronte con barba bianca e occhi fiammeggianti, giunge verso di loro urlando:

«Guai a voi, anime prave!                              
Non isperate mai veder lo cielo: 
i’ vegno per menarvi a l’altra riva 
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.                      

 

(© Alessia S. Lorenzi)