Il V Canto

 

Paolo e Francesca: “quei due che 'nsieme vanno”

 Prima parte vv. 1-87

I pericoli morali che Dante affronta nel suo viaggio  attraverso l’Inferno  sono la lussuria, la superbia e l'avarizia. Questi tre peccati rappresenteranno  momenti chiave di quel suo viaggio immaginario.

Uno dei canti della Divina Commedia  più amati o, forse, il più amato  in assoluto  è il  Canto V, dedicato alla tormentata storia  di Paolo e Francesca.

La bufera infernale che trascina  i dannati lussuriosi  e li sbatte da un lato all'altro del Cerchio , è una delle figure dominanti di questo Canto.

Usciti dal cerchio del Limbo, Dante e Virgilio entrano nel II Cerchio, meno ampio del precedente, poiché la struttura dell’Inferno si restringe come una voragine, un cono, ma molto più inquietante e doloroso. “Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia…” All’ingresso ecco  Minosse, il mitico figlio di Giove, che ringhia con l’aspetto mostruoso di Satana: è qui in veste di giudice e di esecutore delle sentenze. Rappresentante della giustizia divina, ascolta le colpe delle anime dannate e indica loro il Cerchio nel quale sono destinate, attorcigliando intorno al corpo la lunghissima coda tante volte quanti sono i Cerchi che il dannato deve discendere. Non appena vede che Dante è vivo, lo apostrofa con durezza e lo invita a non riporre tanta fiducia in Virgilio, poiché uscire dall'Inferno non è così facile  come entrare. Virgilio lo zittisce ripetendo la stessa risposta che diede a Caronte ricordando che il viaggio di Dante è voluto da Dio.

L'immagine dominante del cerchio, è senza dubbio quella della bufera infernale. E’ un esempio della legge del contrappasso, dove il peccato di cui si macchiano gli esseri umani durante la  vita terrena, viene ripetuto nell'Aldilà per analogia, quindi in modo esagerato, come in questo caso, oppure  per contrasto, quando la pena è l’opposto della peccato.  I lussuriosi sono trascinati da una bufera travolgente, che simboleggia la forza della passione sessuale cui essi non seppero opporsi in vita. Dante li definisce “peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento”.

Prima di incontrare Paolo e Francesca, Virgilio mostra a Dante sette peccatori della tradizione classica: Semiramide, leggendaria regina assiro-babilonese, moglie del re Nino, fondatore eponimo di Ninivede,  e definita dal Villani come  " la più crudele e dissoluta femmina del mondo". Di lei Dante dice: “A vizio di lussuria fu sì rotta,/che libito fé lecito in sua legge/ per torre il biasmo in che era condotta”, cioè fu così sfrenata nel vivere, che dichiarò consentito dalla legge ciò che piacesse a ciascuno, per cancellare il biasimo, la disapprovazione della sua vita dissoluta e priva di qualsiasi ritegno.

Dante non cita subito Didone, la descrive indicandone  i peccati e il nome del marito “L'altra è colei che s'ancise amorosa, /E ruppe fede al cener di Sicheo”; solo successivamente è più esplicito “cotali uscir de la schiera ov'é Dido, a noi venendo per l'aere maligno”. Didone, infatti, unendosi a Enea fu colpevole di tradimento della memoria di Sicheo, il marito. Si  uccise, successivamento, non sopportaando l’abbandono di Enea.

Cleopatra, la regina seduttrice, ultimo sovrano d’Egitto, poi sfilano in ordine: Elena, Achille, Paride e Tristano. Questa composizione mette ancora più in risalto il sincretismo di Dante, il quale riesce a far coesistere riferimenti storici, biblici e mitologici con un’ armonia  senza eguali.

Ci sono, come dicevo, personaggi del mito e della letteratura, come Didone, Achille, Tristano. Dante sembra intenzionato a porre l’attenzione sulla letteratura amorosa, che celebra l'amore sensuale e non spiritualizzato e quindi quasi ritrattare parte della sua precedente produzione poetica (vedi “Rime Petrose”) quasi a condannarla poiché probabile  fonte di peccato e quindi pericolosa per coloro che, leggendo, potrebbero essere indotti a emulare le vicende comportamenti descritti nei libri.

A un certo punto, Dante nota che due di questi spiriti, volano accanto, come uniti da qualcosa di molto forte, potente e manifesta il desiderio di parlare con loro:  “I' cominciai:  - “Poeta, volentieri; parlerei a quei due che 'nsieme vanno -”.

Virgilio acconsente alla richiesta di Dante e lo  invita a chiamarli, cosa che il poeta fa immediatamente: “O anime affannate, venite a noi parlar s'altri non niega!”

I due spiriti si staccano dalla schiera di anime e volano verso di lui, come due colombe che vanno verso il nido.

Si tratta degli amanti  Paolo e Francesca.

 

(vv. 88 - 108)

I personaggi di Francesca da Rimini e Paolo Malatesta pare siano  tratti dalla cronaca locale  che doveva essere sicuramente nota ai lettori del tempo, qualora fosse vera.

Non esistono in realtà prove concrete di questo adulterio né che Paolo e Francesca si frequentassero davvero. Dante mise insieme, forse per primo,  questa coppia, come l’immagine passionale di due giovani che si trovarono separati dall’inganno delle rispettive famiglie.

Le due potenti famiglie, spesso in contrasto tra loro, pensarono che avrebbero potuto risolvere i loro problemi, facendo sposare Francesca e Gianciotto.  Gianciotto (detto  Gianne lo Sciancato) non aveva un bell’aspetto, era nato con una malformazione fisica.

Paolo invece era un bel ragazzo (era chiamato Paolo il bello) e la famiglia decise di celebrare il matrimonio tramite procura; quindi inviarono Paolo a chiedere la mano di Francesca. Lei  credette che la richiesta di matrimonio provenisse da Paolo e accettò, ma al termine si ritrovò sposata a Gianciotto.

Dante ascolta le parole di Francesca che gli racconta la sua storia spiegandogli come fu ingannata, e di quanto fosse malvagio il marito, il quale, sospettoso, aveva incaricato un servo di seguire i due giovani con il compito di riferire quanto avesse visto.

Francesca rivolgendosi a Dante,  lo ringrazia per la pietà che dimostra verso di loro: “se fosse amico il re de l’universo, /noi pregheremmo lui de la tua pace,/ poi c’hai pietà del nostro mal perverso”.

Poi si presenta, dicendo di essere nata a Ravenna e di essere stata legata in vita da un amore indissolubile con l'uomo che ancora le sta accanto nella morte: “Amor, ch’a nullo amato amar perdona,/mi prese del costui piacer sì forte,/che, come vedi, ancor non m’abbandona”.  Entrambi furono assassinati e la Caina, la zona del IX Cerchio dove sono puniti i traditori dei parenti, attende il loro uccisore (Gianciotto).

 

(109-142)


A questo punto Dante resta turbato e per alcuni momenti resta in silenzio, gli occhi bassi. Virgilio gli chiede a cosa stesse pensando  e Dante risponde di essere colpito dal desiderio amoroso che condusse i due dannati alla perdizione. Poi parla a Francesca chiamandola per nome, e chiedendole  quando si erano accorti che i loro desideri erano reciproci, “Francesca, i tuoi martìri /a lagrimar mi fanno tristo e pio. /Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, /a che e come concedette Amore /che conosceste i dubbiosi disiri?”

Francesca risponde dicendo che è doloroso ricordare del tempo felice quando si è miseri, ma se Dante ha un così grande desiderio di conoscere l'inizio della loro storia, la racconterà come chi piange parlando “dirò come colui che piange e dice.”

La donna racconta che un giorno lei e Paolo leggevano per divertimento un libro, che parlava di come Lancillotto si innamorò della regina Ginevra, moglie di re Artù. Più volte i loro sguardi si erano incrociati durante la lettura facendoli impallidire. Quando lessero il punto in cui era descritto il bacio dei due amanti, anch'essi si baciarono e quel giorno non continuarono più a leggere il libro.

Mentre Francesca parla, Paolo resta in silenzio e piange (Mentre che l'uno spirto questo disse, l'altro piangea”) ; Dante è sopraffatto dal turbamento e sviene.

Il verso 142 che conclude il Canto,  è molto simile al verso 136 che chiudeva il III Canto: “e caddi come l'uom cui sonno piglia”.

 

(© Alessia S. Lorenzi)